
Le dimissioni annunciate dal Presidente della FIGC Gabriele Gravina, dovute ed auspicate da gran parte degli italiani dopo la terza eliminazione consecutiva dalla fase finale di un mondiale, non possono essere considerate l’unica soluzione ai problemi del calcio italiano. Una crisi tecnica che parte da lontano, economica e soprattutto di governance, che oggi presenta il conto nella sua forma più evidente: perdita di competitività internazionale, stadi obsoleti, bilanci fragili e una distanza crescente tra istituzioni e realtà del sistema. Il passo indietro del presidente della FIGC arriva in un contesto già logorato. Le recenti difficoltà della Nazionale e il progressivo arretramento dei club italiani nelle competizioni europee non sono episodi isolati, ma la conseguenza diretta di una filiera che fatica a rinnovarsi. Nel produrre talenti da far scendere in campo, come nelle stanze dove si governa. E su questo piano, il sistema calcio ha mostrato limiti strutturali evidenti.

Gravina, nel motivare la propria uscita, ha più volte richiamato la mancanza di sostegno da parte del Governo. Un’accusa che intercetta un nodo reale: il calcio, pur rappresentando un’industria con impatto economico e sociale rilevante, non ha mai beneficiato in Italia di una strategia politica coerente e continuativa. Nella relazione pubblicata sul sito della FIGC, Gravina, che resterà formalmente in carica fino all’elezione del nuovo presidente il 22 giugno, ha battezzato come “impossibile” riforme cruciali come quella dei campionati (ad esempio Serie A a 18 squadre), a causa dell’emendamento Mulè che avrebbe reso più potenti le leghe professionistiche. Per una riforma importante, infatti, occorre il consenso delle Leghe e tre quarti dei voti del Consiglio Federale. La questione degli stadi è un altro tasto dolente, in un Paese che non può prescindere da un Commissario nominato ad-hoc per risolvere iter autorizzativi lenti e complessi. In Inghilterra, tanto per (ri)chiamare in causa il campionato di riferimento dal punto di vista tecnico e del sempre più decisivo appeal televisivo, non si sono fatti troppi scrupoli per demolire e poi ricostruire, stadi iconici come quello di Wembley, mentre da noi si discute di un vincolo architettonico su una tribuna crollata a Tor di Valle, dei fantomatici boschi di Pietralata, o della presunta turbativa d’asta che avrebbe coivolto la vendita dello stadio Meazza di Milano. Le criticità interne – dalla gestione dei diritti televisivi, alla sostenibilità dei club passando per gli stadi inadeguati – restano irrisolte da anni. Il punto, allora, è capire se le dimissioni del vertice federale possano davvero rappresentare un cambio di rotta. La risposta, allo stato attuale, è negativa. Perché il problema non è individuale ma sistemico. E riguarda anche le leghe professionistiche, a partire dalla Serie A, che negli ultimi anni non sono riuscite a esprimere una visione comune, né a costruire un modello di sviluppo sostenibile. Il silenzio post-Bosnia è eloquente, anche perchè in molti hanno notato il mancato stop al campionato che, in una partita come quella tra Bosnia e Italia terminata ai calci di rigore, forse avrebbe concesso maggiore lucidità ai giocatori impegnati in un confronto così importante.

