
Molti l’attendono con impazienza, altri la temono con l’ansia normalmente associata all’annuale appuntamento con il pagamento delle tasse. Dal 20 al 26 aprile 2026 si terrà la Milano Design Week, capace di attrarre milioni di visitatori da tutto il mondo. Tra loro artisti, architetti, designer, stilisti e, naturalmente, giornalisti del settore, pronti a muoversi con disinvoltura tra le varie installazioni sparse nel “palcoscenico diffuso” per poi scrivere frasi del tipo “esperienza immersiva unica, in grado di accompagnare il visitatore in un viaggio sensoriale tra innovazione, sostenibilità e visione futura.” Che poi il futuro sia sempre lo stesso da almeno un decennio, quando si parla di sostenibilità e innovazione, in pochi lo noteranno.

Poi ci sono i giornalisti “forzati” della Design Week, ovvero quelli normalmente impegnati in altri settori editoriali ma che vengono catapultati a Milano tramite invito recapitato al giornale per cui scrivono. Tra loro, in prima fila, ci sono quelli del settore automotive. Il sollievo derivato dal declino del Salone di Ginevra è durato poco, dato che il tour de force allora imposto dalla kermesse elvetica è stato prontamente sostituito dalla quattro giorni milanese in nome del mantra del momento, la contaminazione diventata regola alla Design Week: la moda disegna sedute, il design veste automobili, e le auto, a loro volta, diventano oggetti da salotto.
Allora ecco file feroci e folle oceaniche (considerate tali da chi è solitamente abituato ad eventi rigorosamente riservati) attraversate da sguardi smarriti che, in assenza di contenuti ritenuti interessanti, puntano con perentorietà ai banchetti del buffet o ai calici di prosecco. Il tutto chiedendosi, come sempre senza risposta, cosa diavolo ci fanno li. Alla fine, stremati, chioseranno con formule simili ad “uno sguardo sul futuro del design automobilistico, sempre più connesso, sostenibile e orientato all’esperienza di guida e non.” In fondo, se si eliminassero parole come “immersivo”, “visionario” e “sostenibile”, cosa rimarrebbe della narrazione sulla Design Week?
